Serie A Recap. Tra presunzione e turnover, i peccati Capitali della Juve

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                                                                                            Foto: Ansa.it

2 punti in 3 partite per la Juve, che ha vistosamente rallentato proprio nel finale di campionato e continua a rimandare il discorso scudetto. Demerito della Juve o merito delle inseguitrici?

Quando hai 9 punti di vantaggio a 5 giornate dal termine non puoi fare calcoli. A meno che i 9 punti non diventino 4 a due dalla fine.
Nessun allarmismo in casa Juve, intendiamoci. Lo scudetto è ancora lì, ampiamente alla portata: non fare 3 punti tra Crotone e Bologna per la squadra finalista di Champions League è qualcosa che rasenta la fantascienza e comunque se non fai tre punti tra Crotone e Bologna, con tutto il rispetto del caso, meriti di non vincere lo scudetto.
CAMPIONATO SCONTATO? MACCHÈ. Certo è che se fino a un mese fa parlavamo un po’ tutti di campionato noioso, scontato e con tutti i verdetti già scritti, ci stiamo presentando agli ultimi 180 minuti del torneo con pochissimi verdetti emessi e tutto ancora in bilico.
Detto della Juventus, che con 4 punti di vantaggio sulla Roma e 5 sul Napoli ha saldamente in mano il proprio destino, avvincente è anche il duello per il secondo posto tra Roma e Napoli, con i secondi leggermente delusi e frustrati dopo la vittoria roboante della Roma sulla Juventus, tanto da far gridare qualcuno al “complotto”, alla Juve che si è “scansata” per regalare il secondo posto alla Roma e penalizzare il Napoli, come se cambiasse qualcosa alla Juventus sapere chi andrà o meno in Champions l’anno prossimo e chi ai preliminari.
La situazione risulta frustrante anche per l’entusiasmante finale di stagione dei partenopei, che rischiano di battere tutti i record della propria storia non solo senza vincere nulla, ma non riuscendo neanche a raggiungere quel secondo posto minimo necessario per programmare in maniera serena la prossima stagione: 86 gol fatti, 46 solo in trasferta, record di vittorie in trasferta (12), quattro giocatori in doppia cifra. 90 anni di storia del Napoli riscritti da una stagione statisticamente perfetta, ma che ha avuto come triplice difetto di trovarsi la Juventus davanti in campionato e in Coppa Italia e il Real Madrid in Champions, guarda caso le due finaliste di Cardiff.
Logico che la banda di Sarri sperasse almeno in un passo falso della Roma nell’ultimo big match di stagione, contravvenendo all’odio sportivo e “tifando” per la Juventus.
E tutto sembrava già scritto quando Lemina al 21′ insaccava alle spalle di Szceszny, mettendo lo scudetto in direzione Torino e relegando la Roma al terzo posto.
Poi il black out, il sorpasso e il k.o. definitivo firmato dall’acerrimo nemico Nainggolan, a certificare la mole di motivazioni enormemente superiori sulla sponda romanista rispetto a quella bianconera.
Allegri e Bonucci nel post-partita non hanno mancato di fare autocritica, sottolineando come certi cali di tensione quasi al traguardo siano ammissibili fino a un certo punto.
CRONISTORIA DI UN VANTAGGIO DILAPIDATO. Ti fai rimontare da un’Atalanta a caccia di un posto in Europa che manca da 26 anni, ok ci può stare.
Il Torino gioca la partita della vita nel derby e ti impone il pareggio allo Stadium dopo 33 vittorie consecutive: è la legge dei grandi numeri, prima o poi la serie doveva interrompersi.
Vai in vantaggio e ti fai rimontare dalla Roma a caccia del secondo posto: poco male, tanto domenica prossima c’è il Crotone.
Adesso però Allegri deve far si che questo “c’è il Crotone” non diventi l’alibi per rimandare ancora una volta un discorso scudetto che poteva essere chiuso da almeno un mese, ma che non toglie minimamente prestigio alla stagione in corso della Juve, che probabilmente senza Champions e finale di Coppa Italia di mezzo avrebbe già azzannato il campionato senza risparmiarsi.
Un po’ di presunzione, però, c’è stata, e da sempre in casa bianconera la mancanza di umiltà viene vista come un peccato capitale.
Il pregio maggiore della Juve, storicamente parlando, non riferito agli ultimi sei anni, è sempre stato quello di affrontare qualsiasi impegno con identica grinta e rispetto per l’avversario, che si chiamasse Barcellona o Crotone.
Nelle ultime settimane, l’innesto forzato di riserve per fare turnover e risparmiare uomini ha fisiologicamente abbassato la qualità e l’intensità della squadra, apparsa più vulnerabile (sei gol subiti in tre partite, 20 nelle precedenti 34 giornate), più distratta e meno “cannibale”.
Quel cannibalismo che dovrà per forza di cose ripresentarsi fra due giorni, ancora a Roma, contro la Lazio in finale di Coppa Italia, per allontanare le voci maligne di un presunto calo proprio sul filo del traguardo e per incamerare il primo dei tre trofei in palio da qui al 3 giugno.
I MERITI DI SPALLETTI E SARRI. Ma il rallentamento della Juve, dovuto a tutta una serie di fattori, non può sottacere il meraviglioso campionato di Roma e Napoli, rispettivamente a 81 e 80 punti, con una prospettiva finale di 87 e 86 punti.
Un risultato astrale, se si considera che solo un anno fa le due principali contender venivano depredate di due uomini chiave come Pjanic e Higuain, gli stessi che hanno contribuito a portare la Juve in fondo alle tre competizioni, ma chi si aspettava un campionato per questo meno interessante a questo punto dovrà ricredersi.
La Juve è da sempre termine di paragone e principale antagonista di se stessa, negli ultimi sei anni come mai prima d’ora: se la Juve cala, pareggia o perde qualche partita, si profetizza un campionato avvincente e combattuto. Viceversa, se vince fa solo il proprio dovere, quasi che vincere il campionato ogni anno sia solo un compitino da portare a termine col minimo sforzo.
Non è così e lo stanno dimostrando proprio Roma e Napoli: se la Juve non avesse tenuto ritmi pazzeschi da gennaio ad aprile, il campionato non sarebbe stato così scontato e per la prima volta dal 2011/2012, anno del primo tricolore bianconero, verrà assegnato negli ultimi 180 minuti.
L’anno scorso, tanto per dire, la Juve iniziò a giocare a novembre, dal 14esimo posto e a -11 dalla Roma capolista, vincendo il campionato il 26 aprile con 5 giornate d’anticipo.
Non c’era la Champions, certo, ma le contender non sono mai mancate. L’anno scorso il Napoli di un super Higuain, due e tre anni fa la Roma di Garcia, quest’anno entrambe.
Parlare di campionato scontato significa sminuire i meriti di Spalletti e Sarri, che hanno tenuto vivo fin qui il torneo con una stagione da record, spingendo la Juve oltre i propri limiti e costringendola a toccare ancora una volta i 90 punti per allontanare le inseguitrici che superano regolarmente gli 80.

ORGOGLIO CALABRESE. Scontata non è nemmeno la corsa salvezza, che fino a due mesi fa sembrava aver già decretato le tre retrocesse: due hanno rispettato il pronostico, nonostante il Palermo con due vittorie nelle ultime due partite casalinghe sembri aver tirato fuori tardi l’orgoglio.
Il merito è del Crotone principalmente, prossimo avversario della Juventus alla quale venderà cara la pelle: i calabresi non perdono dal 19 marzo e l’ultima volta furono sconfitti al 90′ dalla Fiorentina. Da allora hanno fatto più punti della Juve e qualcuno parla già di sfida poco scontata allo Stadium, mentre altri addirittura sognano la più incredibile delle rimonte ad opera della Roma in caso di sgambetto dei calabresi a Torino.
Ipotesi remota, senza dubbio, considerando che nel suo “tempio” la Juve ha perso 5 partite in sei anni e solo un mese fa ha stritolato il Barcellona di Messi e Neymar, ma qualcuno giustamente sogna.

VELI PIETOSI. Chi ha smesso di sognare, invece, sono gli interisti, che con l’eloquente striscione “stendiamo un velo pietoso” esposto durante Inter-Sassuolo (vittoria dei neroverdi a San Siro per 2-1) hanno certificato lo stato di crisi e di smobilitazione generale dell’ambiente nerazzurro, a secco di vittorie da marzo (l’ultima volta fu il 7-1 all’Atalanta, poi buio pesto): l’Inter ha stabilito il proprio record storico negativo di 8 partite senza vittorie in Serie A.
I profeti del “non vogliono andare in Europa League per preparare meglio la stagione successiva” sono sempre meno, mentre sono sempre più quelli convinti che questo gruppo, eterogeneo e poco compatto, sia null’altro che un’accozzaglia di giocatori medio-buoni senza una guida tecnica all’altezza.
Nel frattempo anche Pioli è andato, sacrificato all’altare degli allenatori colpevoli di tutto, sostituito dall’allenatore primavera Vecchi, che ha seguito al meglio la scia del predecessore, perdendo a sua volta una sfida senza appello contro il Sassuolo già salvo e privo di motivazioni.
Mancini, De Boer, Vecchi, Pioli, ancora Vecchi: cinque cambi di allenatore in un anno, ottavo posto in campionato, fuori dall’Europa (ormai anche i preliminari sono andati, a -4 dal Milan a due giornate dal termine), otto partite senza vittorie e 14 sconfitte in campionato, cui va sommato il fallimento in Europa League (fuori ai gironi contro Sparta Praga e Beer Sheva) e in Coppa Italia (battuta dalla Lazio a San Siro).
Forse non è più tempo di proclami e neanche di sognare Conte, Simeone e un mercato fantascientifico: forse è il caso di rimboccarsi le mani e cercare almeno di chiudere la stagione con dignità, forse l’unica cosa che i cinesi non possono davvero comprare.

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